Evviva la cucina italiana patrimonio Unesco: ma con quali materie prime? Che sia occasione di crescita (ovvero reddito) anche per gli agricoltori

ROMA – Evviva. La cucina italiana è patrimonio immateriale dell’umanità. Il riconoscimento Unesco è davvero un grande traguardo per tutto il sistema alimentare (e agroalimentare), fino agli chef (ma anche i cuochi dei tanti ristoranti italiani nel mondo che ogni giorno cucinano ricette italiane).

E’ il riconoscimento – giusto e meritato – alla storia italiana, alla diversità di piatti, di ricette, di segreti, alla fantasia, alla cultura del cibo che conserviamo nelle nostre case. Ogni regione, ogni piccolo paese d’Italia ha il suo piatto tipico, un campanilismo a tavola che ci ha reso unici, invidiati, emulati e desiderati. Chi viene in Italia, viene per l’arte, per la storia, per la cultura, ma anche e in molti casi, viene soprattutto per la cucina e per il vino.

Bene fa il governo, bene fa il ministro Lollobrigida – che fortemente ha lavorato per questo risultato  – ad esaltare la cultura italiana della cucina, che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio universale. Un lavoro che è iniziato il 23 marzo 2023 con l’annuncio ufficiale della candidatura da parte del governo, con Masaf e Ministero della Cultura. Due anni di promozione, anche con grandi eventi come il G7 di Ortigia o il tour Vespucci, fino al 10 dicembre con l’agognato riconoscimento.

Soddisfazione da parte del mondo agroalimentare, dei tanti Consorzi che rappresentano le dop e igp (dop economy quanto mai in salute, vale 20,7 mld euro ultimo rapporto Ismea Qualivita), commenti positivi delle organizzazioni di categoria, delle istituzioni (potete leggere tutti gli interventi nella rubrica food). La cucina italiana targata Unesco farà bene a tutti. In una fase, fra l’altro, in cui l’export agroalimentare italiano ha fatto segnare il record in valore di export (2024) con 70 miliardi di euro.

Ma con la crescita del Pil agricolo del 2% a fronte di una crescita dello 0,7% del pil nazionale. E come ha ricordato due giorni fa il ministro Lollobrigida, nella conferenza stampa di fine anno (leggi), con una crescita del reddito medio agricolo in Italia del +9,2%, contro una media UE del +0,9%.

Ma tutto questo può bastare alla nostra agricoltura? Vero è che più nel mondo si mangia italiano e meglio è per l’intera filiera agroalimentare Made in Italy. Ma agroalimentare non vuole dire automaticamente, agricoltura.

Prendiamo un piatto simbolo italiano nel mondo: spaghetti al pomodoro. Ingredienti principali? Pasta-spaghetti, pomodoro, olio extravergine d’oliva.

Il grano duro, come raccontiamo tutte le settimane ha quotazioni da minimo storico, visto che è stato perso circa il 45% del valore in 3 anni. E poi, ovviamente, è una materia prima agricola che importiamo in grandi volumi: nei primi 8 mesi del 2025 sono entrate in Italia 1 milione e 900 mila tonnellate di grano duro (+9% rispetto al 2024), e 4,2 milioni di tonnellate di grano tenero (in crescita sull’anno precedente), per un totale di cereali importati di 12,8 milioni di tonnellate e oltre 16,6 mil/t. se aggiungiamo semi e farine. Come ci ricorda l’industria molitoria non siamo certo autosufficienti, anche perché le produzioni e gli ettari coltivati a grano diminuiscono a fronte di prezzi del grano sempre più in basso. Buona notizia sono i 20 milioni di euro per la filiera del grano duro “un intervento per garantire stabilità ai produttori” come ricordato il ministro Lollobrigida.

Il pomodoro – sempre per il piatto di spaghetti – è una di quelle filiere che sta meno peggio, ma i recenti dati di Anicav (Link) ci dicono che la redditività delle aziende è appesa a un filo.

Insomma, possiamo anche esultare, e facciamo bene a farlo, per la cucina italiana patrimonio Unesco, ma se il nostro piatto di spaghetti viene fatto con grano canadese o dell’Est Europa, olio tunisino, pomodoro cinese (anche se le importazioni sono crollate del 76% nel 2025, grazie a politiche adeguate e controlli più severi), il riconoscimento Unesco, va a vantaggio della trasformazione, della distribuzione, dell’indotto e della ristorazione.

Deve invece essere l’occasione anche per la filiera agricola, affinché possa essere riconosciuto sempre di più il valore della produzione, il valore della pratica agricola corretta, che permetta un reddito dignitoso all’agricoltore pugliese, siciliano, campano, veneto o piemontese.

Perché se la cucina italiana è unica al mondo, la materia prima è il primo fondamentale tassello, che deve essere pagato e pagato bene, certo, perché ci sono i controlli (in Italia più che nei paesi concorrenti), la burocrazia, la sicurezza alimentare, il lavoro regolare. Chi legge agricultura.it sa benissimo che siamo favorevoli ad importazioni ed esportazioni, che siamo favorevoli ad mercato globale ed aperto in entrata ed uscita, e che non saremo mai autosufficienti in alcune filiere agricole anche importanti. Detto questo se si parla di cucina italiana è anche giusto rimarcare il corretto valore che la componente agricola deve avere, più che in passato.

In questi giorni sia chiaro, fanno bene le organizzazioni di categoria agricole a festeggiare. Ma tutta l’agricoltura italiana potrà festeggiare ancora di più, quando riusciremo a dare il giusto riconoscimento economico (ma anche morale) agli agricoltori italiani – i protagonisti di ciò che finisce nelle nostre tavole – e ad aumentare le produzioni quando possibile (grazie ad una Pac che stia dalla parte dell’agricoltura, grazie anche alle aperture sulle nuove tecniche genomiche). Il risultato ottenuto ieri a New Delhi è grandioso, l’auspicio è che contribuisca a rendere più forte anche l’agricoltura italiana.

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