ZANZIBAR – Zanzibar, le coste di Unguja e Pemba ospitano da decenni una delle attività economiche più importanti per le comunità rurali costiere: la coltivazione delle alghe rosse (principalmente Eucheuma denticulatum – Cottonii e Kappaphycus alvarezii – Spinosum).
Questa pratica, introdotta negli anni ’80, è diventata oggi il terzo pilastro economico dell’arcipelago dopo turismo e chiodi di garofano, e rappresenta circa il 90% delle esportazioni marine di Zanzibar (in Tanzania).
A rendere unico questo settore è il suo fortissimo carattere femminile: oltre l’80-90% dei coltivatori sono donne, conosciute come Seaweed Mamas o semplicemente le Mamas. Secondo le stime più recenti (2025), tra 23mila e 25mila persone lavorano nel settore, con le donne che costituiscono la stragrande maggioranza della forza lavoro diretta.
La coltivazione delle alghe genera un valore annuo di esportazione che oscilla tra i 7,5 e 8 milioni di dollari USA (dati 2023-2024), con una crescita significativa negli ultimi anni grazie alla domanda globale di carragenina, utilizzata in alimenti, cosmetici e prodotti farmaceutici. I prezzi pagati alle contadine per l’alga essiccata rimangono però molto variabili e, nella maggior parte dei casi, ancora bassi: Spinosum (la varietà più diffusa): 700–1.000 TZS/kg (≈ 0,25–0,38 USD/kg) nel mercato tradizionale, Cottonii (più pregiata): 1.000–2.000 TZS/kg (≈ 0,38–0,75 USD/kg).
Dopo l’intervento della Zanzibar Seaweed Company (ZASCO) e di alcuni progetti di sviluppo, in alcune zone si registrano prezzi migliorati fino a 2.500 TZS/kg per Spinosum e 1.000 TZS/kg minimi garantiti per Eucheuma. Il reddito medio mensile delle coltivatrici “tradizionali” si attesta ancora tra 50 e 120 dollari (≈ 130.000–300.000 TZS), anche se con forti differenze. Le coltivatrici indipendenti o in zone senza progetti guadagnano dai 20 ai 50 USD/mese, le donne inserite in cooperative o progetti di value addition (cosmetici, saponi, polvere) tra i 200 e i 300 USD/mese.
Nel 2025 diverse iniziative internazionali (Joint SDG Fund, UN Women, programmi della Banca Mondiale) puntano a portare a 15.000 famiglie un aumento medio del reddito del 40% entro il 2028 grazie a nuove tecniche di coltivazione in acque più profonde, riduzione degli intermediari, trasformazione locale in prodotti finiti (carragenina, cosmetici, integratori). Per molte donne di villaggi come Paje, Jambiani, Bwejuu e Fumba, il denaro guadagnato con le alghe rappresenta la principale (spesso unica) fonte di reddito indipendente. Con questi introiti le Mamas pagano la scuola dei figli, migliorano le abitazioni, acquistano terreni e, in alcuni casi, avviano piccole attività commerciali.
Il settore non è però privo di sfide
Il cambiamento climatico (temperature del mare sempre più alte), le malattie delle alghe, la fatica fisica estrema e i prezzi ancora troppo dipendenti dagli esportatori internazionali rimangono ostacoli importanti.
Oggi la maggior parte del profitto resta nei paesi acquirenti ma se le donne di Zanzibar riusciranno ad acquistare sempre più maggiori quote di mercato le alghe potrebbero davvero trasformarsi da attività di sussistenza in una filiera moderna e redditizia, con le donne al centro di questa “rivoluzione blu”.
Per ora restano loro – le Mamas con le mani nell’acqua salata fin dalle prime ore dell’alba – a tenere in piedi una parte importante dell’economia e della speranza di un intero arcipelago.

























