ROMA – L’accordo UE-Mercosur non è un semplice trattato commerciale: è una scelta politica deliberata che mette a rischio la sovranità alimentare.
Lo sottolinea Altragricoltura.
Mentre nei comizi si moltiplicano le dichiarazioni a difesa del “Made in Italy”, a Bruxelles una larga parte delle forze politiche europee e nazionali lavora in direzione opposta, ignorando apertamente ciò che cittadini e agricoltori chiedono nelle piazze: sicurezza alimentare, tutela del lavoro agricolo, difesa della salute pubblica.
Altragricoltura lo dice con chiarezza: non siamo di fronte a un errore tecnico o a un compromesso mal riuscito, ma a una scelta consapevole che favorisce interessi industriali, farmaceutici e finanziari a scapito dell’agricoltura. Pensare che questa accelerazione sull’accordo sia stata fatta per compiacere solo le economie del Nord Europa è una semplificazione pericolosa. La verità è che una larga maggioranza delle forze politiche, comprese quelle italiane, ha deciso di non ascoltare il Paese reale, preferendo le pressioni delle lobby della meccanica e dell’automotive che barattano l’agricoltura con nuove quote di mercato industriale.
Ci vengono promesse “clausole di reciprocità”, i cosiddetti mirror clauses, come garanzia che i prodotti importati rispetteranno i nostri standard sanitari e ambientali. È una finzione. Nessun sistema di controllo può garantire realmente la sicurezza di carni e colture provenienti da aree dove l’uso di antibiotici come promotori della crescita, di pesticidi vietati in Europa da decenni e di pratiche agricole intensive è strutturale. Accettare questa impostazione significa trasformare la salute dei cittadini in una variabile negoziabile, subordinata agli equilibri dei mercati globali.
Cosa pensiamo della clausola di salvaguardia? – La clausola di salvaguardia viene presentata come una rete di protezione, ma nella realtà è uno strumento inefficace e punitivo. Quando i prezzi crolleranno e le aziende agricole saranno costrette a chiudere, spetterà agli agricoltori dimostrare tecnicamente il nesso causale tra le importazioni e i danni subiti. Una richiesta inaccettabile. È come pretendere che chi è stato colpito da un proiettile dimostri chi ha sparato mentre sta perdendo sangue. Questo meccanismo non protegge: scarica il rischio sui produttori e tutela i grandi importatori.
Non vogliamo essere compensati per morire – Il fatto stesso che si parli di 6,3 miliardi di compensazioni economiche è la prova più evidente che il danno è già stato previsto e accettato. Se si mettono sul tavolo risorse per “mitigare gli effetti”, significa che qualcuno ha già calcolato chi perderà e quanto. Ma Altragricoltura rifiuta questa logica. Quelle risorse non sono una soluzione: sono l’ammissione preventiva di una distruzione programmata. Non vogliamo l’elemosina per accompagnare la fine dell’agricoltura contadina. Non vogliamo il pagamento del nostro funerale.
Cittadini e agricoltori chiedono altro. Chiedono di poter continuare a produrre cibo sano, sicuro, legato ai territori. Chiedono politiche che mettano al centro la vita, non i volumi di scambio delle merci industriali. Per questo diciamo basta al doppio linguaggio di una classe politica che promette tutela nei presidi e pratica l’abbandono nelle sedi decisionali.
Se il cibo è strategico, deve essere escluso dai trattati di libero scambio. Non può esserci compromesso sulla pelle di chi produce e di chi mangia. Il cibo non è una merce da scambiare, il cibo non è un bullone.
Il cibo non è una merce. La terra non è in vendita. Noi vogliamo continuare a vivere, lavorare e produrre. Ed è questa la voce che dalle piazze non smetteremo di far sentire.
Giorgio Bonacini, dirigente nazionale Altragricoltura





















