Globalizzazione e cultura contadina secondo lo storico Zeffiro Ciufoletti

Quello che è avvenuto in Italia nel dopoguerra è stata una rivoluzione economica e sociale di vastissima portata e in pochi decenni 19 milioni di contadini hanno lasciato la campagna e si sono riversati nelle città. Svuotandosi le campagne ha perso di consistenza anche quella cultura contadina che aveva nel suo tessuto connettivo tradizioni, usi, costumi e gerarchie sociali molto ben definite. Ecco come alla rivoluzione economica e sociale ha fatto seguito anche la rivoluzione culturale. Un processo neanche troppo lungo fino ai giorni nostri dove le antiche tradizioni e saperi contadini si trovano, anch’essi, di fronte alla globalizzazione. Per comprendere meglio come la cultura contadina e la cultura del profitto a tutti i costi possano coesistere abbiamo chiesto un parere autorevole a Zeffiro Ciuffoletti, docente di Storia Contemporanea all’Università di Firenze e autore di diverse pubblicazioni, tra le altre, sull’agricoltura e sullo sviluppo del mondo rurale.

Quanto la cultura ha influenzato l’agricoltura?
«Dal processo di industrializzazione in avanti l’agricoltura continua a produrre nonostante la perdita in percentuali elevatissime del numero di addetti e si evolve verso la meccanizzazione. In quel momento la cultura contadina diventa nostalgia per un mondo che sta scomparendo sotto gli occhi. E’ l’Italia del boom economico, degli elettrodomestici, della televisione, della vespa e della cinquecento. Nasce così un’altra cultura tipicamente moderna che, per certi versi, è l’americanizzazione della cultura italiana. Il legame con la campagna si tramuta in un legame di affetti e sentimenti e la cultura contadina si tramuta in nostalgia e in un fenomeno per certi versi cinematografico e letterario che alimenta gli ultimi sprazzi di quel mondo attraverso il filtro del mito e del ricordo. Se noi immaginiamo un mondo agricolo non produttivo avremo la fine dell’agricoltura. Dopo gli anni ’70 c’è stata un’ulteriore rivoluzione, che è anche quella che più incide, ed è l’emergere di una società individualistica. La Francia per passare dal mondo agricolo a quello industriale ha impiegato 150 anni, noi l’abbiamo fatto nel corso di poche decine di anni. Abbiamo assistito poi all’idealizzazione del mondo agricolo, per effetto anche della politica, che non era un mondo pacifico o egualitario ma un mondo duro, difficile, con delle gerarchie sociali da rispettare. Dove quella vita parca e laboriosa era sinonimo di penuria e miseria».

Agricoltura come sentinella del paesaggio e termometro sociale anche oggi?
«Noi abbiamo molte Italie agricole con paesaggi diversificati in relazione agli antichi sistemi di produzione nelle campagne. Il mondo agricolo non è stato uniforme ma estremamente vario ed il paesaggio italiano è costruito, non ce l’ha regalato Dio o la natura come banalmente si racconta. E’ un paesaggio antropizzato all’estremo. La modernità oggi va avanti e si può conciliare o addirittura valorizzare quello che c’era prima. Il problema casomai è la cementificazione prodotta dall’urbanesimo allargato che pone un problema di salvaguardia dei paesaggi agricoli. E anche questa salvaguardia si otterrà solo se il settore agricolo manterrà un tasso di produttività. Vederli in contrapposizione è banale, infantile e provinciale e significa non capire che i processi si possono controllare ed equilibrare senza scartare il progresso. Significherebbe condannare i paesaggi alla morte. I paesaggi sono vivi solo se restano produttivi».

E’ possibile un ritorno alle campagne?
«Questo è quello che apparentemente potrebbe avvenire o forse già avviene ma in realtà la dislocazione di molte famiglie giovani in campagna è dovuta ai costi immobiliari nelle città che sono drammaticamente elevati. Questo non è un ritorno alla terra. In realtà invece l’agricoltura avrebbe bisogno di imprenditori giovani in grado di rivitalizzare il settore anche tramite le tecnologie moderne. Da un lato abbiamo l’esigenza di conservare prodotti di qualità e dall’altro lato sviluppare alti tassi di produttività. Si rischia altrimenti che il anche il settore enogastronomico sia tributario ai marchi delle multinazionali. In questo contesto il ruolo e le scelte dello Stato e delle politiche agricole europee è basilare».

Quale secondo lei l’espressione culturale che meglio racconta l’essenza dell’agricoltura?
«In Italia direi forse il cinema con pellicole tipo Novecento di Bertolucci».

La cultura contadina ai tempi della globalizzazione. Anch’essa per sopravvivere ha bisogno di essere produttiva a tutti i costi?
«Assolutamente sì. Non solo, ha bisogno di agricoltori intelligenti che sappiano capire l’importanza dell’ambiente in cui lavorano. Le location agricole non devono essere solo per i film ma anche per le attività produttive. Ci vuole un’educazione al rispetto, alla conservazione ma anche al miglioramento di un paesaggio che è vivo, si muove e cambia».

Cristian Lamorte

 

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