Pasta e pane fatti in casa, sempre meno italiani sanno prepararli

Addio pasta fatta in casa. Mentre regge il mito della pastasciutta nei desideri di gola degli italiani, ogni anno scende vertiginosamente il numero delle persone in grado di farsela in casa.

L’indagine – Se negli anni ’60 oltre il 40 per cento della popolazione metteva le “mani in pasta”, tra gli anni ’80 e il 2000 la percentuale scendeva a una persona ogni 30. Oggi solo 2 persone su 100, e si tratta principalmente di ultrasessantenni. Insomma, eccezione fatta per i professionisti dei fornelli, i “manicaretti” stanno diventando solo un ricordo per le famiglie italiane, e stando a questo trend, nel 2020 solo lo 0,4 per cento della popolazione (224 mila individui su 61 milioni) avrà dimestichezza con la realizzazione di fettuccine, gnocchi, orecchiette, cannelloni, ravioli, agnolotti e pizzoccheri. L’allarme arriva da un’indagine effettuata dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori. L’indagine evidenzia, tra l’altro, come la smarrita manualità nell’impastare abbia portato verso percentuali irrisorie il dato di coloro i quali, quotidianamente, si fanno il pane in casa.

In calo i corsi di cucina – Anche se da una parte si moltiplicano edizioni di ricettari e saggi, se non vere e proprie enciclopedie del “ben cucinare”, dall’altra manca, di fatto, l’applicazione pratica e nelle famiglie si è persa la cultura del tramandare. Corsi ed iniziative spot per riportare gli italiani alla pasta fatta in casa ce ne sono, ma coinvolgono, in genere, chef in erba o pochissime casalinghe intraprendenti.   In tale direzione, la Cia sottolinea come nel 2010 e nei primi quattro mesi del 2011 in Italia si siano organizzati meno di cento laboratori di cucina, escludendo, ovviamente, quelli a pagamento o scolastici.

Addio consapevolezza del cibo – Questa disabitudine o disaffezione verso pasta e pane fatti in casa, appannaggio di prodotti pronti, industriali o artigianali, allontana sempre di più i consumatori dalla consapevolezza sul cibo. Ovvero, sulla conoscenza e la scelta degli ingredienti utilizzati e le relative tecniche di trasformazione degli stessi alimenti. Quindi, termini come “semola di grano duro”, “trafilata al bronzo” o “lievito madre” diventeranno patrimonio di sapienza per pochi. Un altro segnale preoccupante, che avvalora questa tesi è l’approccio degli italiani verso la lettura dell’etichettatura che accompagna la pasta: su un campione di 100 persone interrogate, per 85 di loro, il primo elemento che rintracciano sulla scatola, dopo il peso e il prezzo, è quello relativo al tempo di cottura. Forse è proprio il tempo, o meglio ritmi e tempistiche dell’attuale vita frenetica dei nostri giorni, il nemico numero “uno” della pasta fatta in casa. Eppure, se si cronometra una persona capace, mentre prepara quattro piatti di fettuccine fatte a mano, ci si accorge che impiega lo stesso tempo che sarebbe necessario per uscire di casa, recarsi in negozio, comprare la pasta e tornare: circa dieci minuti.

 

 

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