Innovazione in agricoltura, l’Italia diventi leader in Europa. Dall’Agrifood Innovation Index di Nomisma le priorità per ripartire

«All’Italia non basta essere nella media europea per tasso di innovazione agricola. La patria della Dieta Mediterranea, patrimonio mondiale Unesco, può diventare leader nel progresso agroalimentare in Europa, ma deve finanziare di più Ricerca & Sviluppo su tutta la filiera». Così Deborah Piovan, portavoce di Cibo per la mente, il Manifesto per l’innovazione nel settore primario che riunisce 14 associazioni dell’agroalimentare italiano, ha commentato il risultato dell’Agrifood Innovation Index di Nomisma presentato a Roma, nella Sala Capitolare del Senato, dall’Associazione Luca Coscioni, che assegna al Paese un punteggio di 49 su 100 (pari alla media Ue-28) nella graduatoria che misura i driver di sviluppo implementati in agricoltura.

«Innovazione, investimenti, impresa, infrastrutture, internet, istruzione, informazione: l’Italia deve puntare su queste ‘7 I’ per colmare il gap agricolo con Olanda (punteggio NAII 88), Germania (62) e Francia (54). Ripartiamo dall’Indice di misurazione di Nomisma e speriamo di registrare i primi progressi già dall’anno prossimo», ha aggiunto Piovan.

I segnali di affaticamento evidenziati dal report nel settore primario sono molti. Appena il 15% degli agricoltori ha meno di 44 anni e il 6% ha una formazione agraria completa. Con un valore di produzione di circa 43mila euro le imprese agricole italiane hanno una dimensione economica tre-quattro volte inferiore rispetto a quelle in Regno Unito, Francia o Germania. Una famiglia rurale su quattro non può accedere alla Rete e siamo agli ultimi posti per investimenti in Ricerca & Sviluppo sia pubblici (lo 0,52% del Pil, su media UE dello 0,72%) che del Venture Capital (pari allo 0,02% del Pil, media Ue 0,06%).

«La spesa pubblica in Italia per la Ricerca & Sviluppo in agricoltura è di appena 4,5 euro a persona, rispetto ai 20,2 euro dell’Irlanda – spiega Deborah Piovan citando un’elaborazione Confagricoltura su dati Eurostat per il 2016 -. Al tempo stesso però siamo ai primi posti per quantità di investimenti per ettaro (1.041 euro), secondo Nomisma. È necessario che l’innovazione non sia delegata all’iniziativa dei singoli agricoltori. Solo così sarà possibile affrontare le sfide imposte dal mercato e dal cambiamento climatico per la competitività e il fabbisogno alimentare globale».

L’import in Italia di mais, una delle due filiere considerate da Nomisma, è salito nel periodo 2006-16 del 71%, con un parallelo -68% di export. Nello stesso arco di tempo il valore della produzione è diminuito del -23,1%. L’autoapprovvigionamento, che alimenta la filiera d’eccellenza dei prodotti DOC, DOP e IGP, è sceso dall’80% al 60%. Intanto, sono aumentati il valore della produzione per ettaro (+23,2%) e la resa (+13,5%), mentre le superfici sono scese da oltre 1,1 milioni di ettari a 660mila ettari (e 614mila nel 2018, dato Istat).

«Il settore chiede azioni dedicate al miglioramento genetico e alla difesa delle colture minacciate da micotossine, piralide e diabrotica – spiega Deborah Piovan -. L’innovazione genetica aiuterebbe anche la filiera del pesco, che grazie alle New Breeding Techniques potrebbe rapidamente sviluppare varietà resistenti al virus Sharka, diffuso in Veneto ed Emilia Romagna».

Proprio la produzione di pesche e nettarine è diminuita di circa 200mila tonnellate fra 2006 e 2017. Benché l’Italia sia ancora in grado di soddisfare per il 112% il fabbisogno interno (con 1,5 milioni di tonnellate di prodotto), le superfici si sono ridotte da 101mila ettari nel 2000 a poco meno di 66mila nel 2016. Se la resa per ettaro è salita dell’8,8% (pesche) e del 17,8% (nettarine) nel periodo 2006-16, al tempo stesso il valore per la stessa unità di terreno è sceso del 4,3% nel caso del pesco e aumentata appena del 3,8% per le nettarine. In questo scenario, l’import è aumentato del 58% e l’export sceso del 28% nel periodo 2006-17.

«Produrre di più e meglio da meno è il messaggio chiave di Cibo per la mente – dichiara Deborah Piovan -, ma è necessario farlo in base a una scelta consapevole, condivisa e coordinata da parte di filiere, politica e istituzioni, informando in maniera adeguata e trasparente i consumatori sul valore dell’innovazione in agricoltura».