E’ boom per la bufala campana Dop. Nel 2018 record di 50 mln di chili di mozzarella. Saccani: «Cibo è cultura ed economia. Ma per le IG serve regia unica»

E’ uno dei prodotti più amati dagli italiani e un simbolo del made in Italy nel mondo. Una filiera produttiva giovane e dinamica, dove solo il 14% di chi opera nella ‘filiera Dop’ ha un’età superiore ai 50 anni. Ed un Consorzio che proprio per questo punta a crescere ulteriormente in qualità, non solo a livello di prodotto finale, puntando su formazione e cultura. La mozzarella di bufala campana è il più importante marchio Dop del centro-sud Italia. Nel 2017 sono stati prodotti poco più di 47 milioni kg di Mozzarella di Bufala Campana (+6,3% sul 2016). Ma il record di produzione è stato fatto segnare nel 2018. Ne abbiamo parlato con il direttore del Consorzio della mozzarella di bufala Dop, Pier Maria Saccani, che parteciperà al Kickoff Qualivita il 5 febbraio a Siena.

Direttore Pier Maria Saccani, come si è chiuso il 2018. Qual è lo stato salute della Dop? «E’ stato un anno molto positivo il 2018, chiuderemo con un aumento di produzione di oltre il 5 per cento, toccando un record storico per la mozzarella di bufala campana dop, quello dei 50 milioni di chili prodotti in un anno, che confermano un trend di crescita ormai consolidato, che che segna un aumento di circa il 20 per cento, sia come produzione e sia come vendite. Un aumento della domanda di mozzarella di bufala che porta ad una crescita importante del valore dell’intera filiera della denominazione. Il prodotto piace ed è sempre più richiesto, ma è necessario nel 2019 aumentarne la redditività per i produttori, perché alla domanda deve corrispondere un prezzo adeguato».

Avete investito in comunicazione ed informazione. Oggi la mozzarella di bufala campana Dop ha un’immagine vincente forse più che in passato. E’ così? «Abbiamo investito molto in cultura, basti pensare all’operazione fatta di portare la sede del Consorzio all’interno della Reggia di Caserta, cosa ha voluto significare per l’immagine della denominazione. Dobbiamo fare comprendere che il cibo è cultura al pari dei beni culturali, e grazie al cibo può crescere l’intero territorio. E poi stiamo investendo sulla scuola di formazione, Scuola di formazione lattiero casearia (del Consorzio di Tutela Mozzarella di bufala campana Dop) che ha preso il via nel mese di settembre».

Dove va a finire la mozzarella di bufala, quali sono i mercati ed i canali principali? «La Gdo resta il primo canale di vendita con il 45% del prodotti; un 10% viene venduto direttamente nelle aziende e caseifici; in crescita costante è il settore Horeca che si attesta al 20%; il resto è in distribuzione nei negozi. Horeca in aumento anche perché, non dimentichiamolo, la mozzarella è praticamente l’unico formaggio che costituire un pasto già da sola. Per quanto riguarda l’export nel 2017 è stato il 32,35% (+0,2% sul 2016 e +10,9% sul 2015), principalmente in Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Svizzera, Spagna.

Anno nuovo: quali sono le attività ed i programmi dei prossimi mesi? «Il primo obiettivo è quello di continuare ad aumentare i livelli qualitativi del prodotto. Lavorando quindi sul posizionamento di mercato, e su una filiera che deve esprimere qualità ad ogni livello. Come dicevo siamo una produzione molto dinamica grazie all’età media giovane dei produttori e questo ci impone però di avere un approccio sempre più professionale in tutti gli anelli della filiera, ed è questo in sintesi il motivo della scuola di formazione. Insomma, non siamo folclore, siamo la prima Dop del Sud Italia».

Come si tutela un prodotto con sempre più appeal verso i consumatori? «Certo, l’interesse maggiore genera interessa anche in chi vuole approfittarne. Investiamo molto, infatti, nell’attività di tutela e di vigilanza. Un’attenzione che riguarda anche il web sia come vendite sia come traffico di notizie. Nel 2018 sono stati effettuati 3.373 controlli, di cui 1.766 in Italia, 500 all’estero, 844 sul web e social e 263 prelievi ufficiali di mozzarella di bufala campana».

Direttore Saccani, il prossimo 5 febbraio a Siena, sarete protagonisti del meeting Kickoff organizzato da Qualivita: cosa può essere fatto per rendere ancora più competitivo il sistema delle Indicazioni Geografiche? (link) «Il settore pubblico ha fatto molto per le indicazioni geografiche, ma ancora non viaggia alla stessa velocità delle imprese. Ecco, c’è bisogno di una direzione generale del Ministero che si occupi di indicazioni geografiche. Ci vuole un cambio di passo, una struttura dinamica per la gestione di questi prodotti di eccellenza. Non possiamo più permetterci questa frammentazione, ci vuole un’unica testa pensante, un soggetto che abbia anche una memoria storica. L’agroalimentare è il secondo comparto italiano per fatturato, ma anche quello con meno stabilità, basti solo pensare a quanti ministri sono cambiati negli ultimi anni».