martedì 16 gennaio 2018

La rivoluzione di Strampelli. Dalle selezioni di Aka Komugi ai due terzi del grano di oggi

Esemplare è la storia del grano. Un tempo non esisteva come lo conosciamo oggi, era come l’erba che cresce ai lati della strada, con spighe formate da spighette che, alla maturazione, si staccavano, “si disarticolavano” e cadevano a terra per assicurare la continuazione della specie. Le spighette, infatti, sono dotate di una specie di “trivella” che – avvalendosi del ciclo naturale “secco-umido” – consente loro di penetrare nel terreno, germogliare e produrre una nuova pianta.

grano_cappelliNasceva l’agricoltura Si può immaginare che agli albori della civiltà qualcuno abbia notato una spiga che rimaneva compatta, non si disarticolava; l’abbia raccolta e abbia seminato con cura i pochi semi in essa contenuti, ottenendo piante con spighe compatte che, alla maturazione, non disperdevano le spighette ed i semi. Nasceva l’agricoltura, probabilmente per opera di una donna, non impegnata nella caccia e certamente più interessata a un’attività di tipo stanziale. Cominciava così la selezione dei semi più belli, più utili alle necessità dell’uomo e sempre meno “naturali”. Fin dall’inizio, l’agricoltura è stata una attività volta a soddisfare le esigenze dell’uomo e non funzionale alla legge naturale della conservazione della specie.

Nazareno Strampelli
Nazareno Strampelli

Rivoluzione strampelliana Per oltre 10mila anni, gli agricoltori si erano adoperati, con scarso successo, per aumentare la produttività del grano. Finalmente, nei primi anni del secolo scorso, quando in Italia la produzione media per ettaro oscillava tra 4 e 6 quintali per ettaro, l’agronomo Nazareno Strampelli, nato a Crispiero di Castelraimondo nelle Marche e laureato a Pisa, incominciò a incrociare diverse varietà di grano con l’obiettivo di ottenere, piante più precoci, più resistenti alle malattie, e soprattutto più basse, in modo da renderle resistenti al vento e alla pioggia. Di particolare aiuto fu una varietà di grano giapponese (Aka Komugi) che gli consentì di selezionare e ottenere grani bassi, precoci, resistenti alle malattie e più produttivi (oltre 60-70/quintali ad ettaro!). Mediante gli incroci, egli riuscì a combinare in un solo tipo, la biodiversità che proveniva da grani francesi, olandesi, inglesi e giapponesi. Fu l’inizio di una rivoluzione che si sarebbe estesa in tutto il mondo: i pro-pro-nipoti dei grani di Strampelli, forniscono attualmente due terzi dei 7 miliardi di quintali di grano prodotto, annualmente, nel mondo. La rivoluzione del grano, accompagnata dall’analogo sviluppo delle altre colture, è stata favorita, indubbiamente, dalla meccanizzazione agricola, dall’impiego dei fertilizzanti e dei fitofarmaci.



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