L’agroalimentare italiano traina l’export nazionale. Negli ultimi dieci anni vale il 10% del totale

L’Italia si colloca al nono posto tra i principali paesi esportatori del settore agroalimentare mondiale e al terzo posto – dopo Cina e Spagna – tra quelli che nell’ultimo decennio hanno visto crescere di più le esportazioni di prodotti agroalimentari. E’ quanto emerso nell’ambito della Rete Rurale Nazionale con il seminario on line “La competitività dell’agroalimentare italiano sui mercati internazionali al tempo del Covid:  scenari globali e focus sul mercato del vino”.

In Europa solo la Spagna ha fatto meglio dell’Italia in termini di incremento del valore delle esportazioni: +44% dal 2012 a oggi, a fronte di un più 40% delle aziende nazionali.  L’agroalimentare è divenuto un settore di punta per l’export nazionale nell’ultimo decennio, arrivando a coprire, con 44,5 miliardi di euro, quasi il 10% dell’export totale di beni e servizi.  Se il Covid da una parte ha frenato questa corsa (+2,8% l’export nei primi 9 mesi del 2020) dall’altra ha migliorato la nostra bilancia commerciale, generando un surplus di quasi 1,5 miliardi di euro a fronte di uno storico deficit strutturale.

Tra i diversi comparti del Made in Italy agroalimentare, ci sono stati prodotti come la pasta di semola secca che hanno visto impennare le richieste dall’estero (+23,6% da gennaio a settembre di quest’anno), altri che hanno risentito maggiormente delle forti limitazioni imposte al canale Ho.re.ca. Tra questi ultimi i vini, in particolare, che da segmento più dinamico del Made in Italy, hanno subito una flessione del 3,4% dell’export in valore, più marcata per gli spumanti (-8,3%) rispetto alle altre tipologie (-2,3%). La riduzione della domanda estera di alcuni prodotti ha avuto un impatto negativo per le esportazioni di alcune regioni molto specializzate per quelle produzioni; è il caso del Friuli-Venezia Giulia che ha risentito molto della minore domanda estera di spumanti, della Liguria per la flessione delle esportazioni di piante e fiori, della Sardegna penalizzata dal calo delle vendite di pecorino, soprattutto negli USA. Il Covid, invece, ha spinto la crescita dell’export soprattutto delle regioni del Sud, con particolare riferimento a Molise, Basilicata e Campania grazie alla buona performance del settore della pasta.

L’effetto Covid si è fatto sentire anche sul raggio d’azione delle esportazioni  invertendo, nei primi nove mesi del 2020, una crescita che fino al 2019 stava favorendo le destinazioni extra Ue (+12,7%sul 2018) e meno i paesi più vicini (+2,6%). Al contrario, nei primi mesi dell’anno, le spedizioni verso i partner europei sono cresciute del 3,6% contro l’1% dei paesi terzi.

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